

Quarant'anni fa, il 22 agosto del 1969, John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr posarono per questo servizio fotografico, l'ultimo della storia dei Beatles. Pochi giorni prima, l'8 agosto, i quattro erano stati ritratti nella celebre foto in cui attraversano le strisce pedonali, che divenne la copertina di Abbey Road, il loro canto del cigno.
I Beatles erano ormai in cocci, e come loro stessi raccontarono anni dopo, quando terminarono le registrazioni di Abbey Road, tutti sapevano che non ci sarebbe stato un altro disco. Era finita.
Quest'estate, su comando di mio figlio che è diventato beatlesiano a quattro anni, ho sentito e risentito a oltranza Abbey Road, che continuo a ritenere il disco meglio suonato del quartetto. Sarò arrivato al quarantesimo ascolto in quaranta giorni, ma non mi stanca mai. Il basso di McCartney quasi dappertutto, le schitarrate di Lennon in You never give me your money, la potenza inarrivabile di I want you, la freschezza ammaliante del medley, la dolcezza delle due sopraffine composizioni di Harrison, niente riesce a stancarmi di questo album.
E quando rifletto sul fatto che quelle canzoni sono state incise in studio da gente che ormai malapena si parlava, da quattro ex amici in crisi nera, da persone ormai lanciate verso strade diverse, allora metto a fuoco a pieno la grandezza, direi l'enormità del fenomeno Beatles. E ringrazio di cuore i quattro ragazzi di Liverpool. Dio li benedica.
Ho colpito ancora di esegesi. Se vi siete persi quella de La Canzone del sole, la trovate qua. E lasciatemi divertire! ps Grazie a Villino.
Ricordo l'emozione e la commozione quando una mattina di dieci anni fa appresi da La 7 (o forse era ancora Telemontecarlo) che Lucio ci aveva lasciato.
Ricordo bene l'emozione di un Paese, la commozione diffusa. L'Italia pianse Battisti. E mi colpì il fatto che quello che la gente di lui aveva amato era solo e soltanto la sua arte. Della persona che era pochi sapevano qualcosa e quel poco che si sapeva, forse, non era nemmeno particolarmente amabile. Neanche dai testi delle sue canzoni era dato di conoscerlo, chè quelle parole, a tutti era noto, erano scritte da un altro e di quell'altro, il suo alter ego Mogol, parlavano. No, il pubblico che amava Lucio Battisti e lo piangeva amava solo al sua arte. Quella che, in barba alla morte, non ci ha mai lasciato. E mai ci lascerà.